Se il tempo non invecchia

Se il tempo non invecchia ma ringiovanisce, non consuma ma conserva, non perde ma ritrova, non tiranneggia ma condivide, allora diventa più facile accettare il passaggio dell’ennesimo compleanno, l’ultimo prima del mezzo secolo, il primo senza l’amica che se n’è andata e che tra pochi giorni avrebbe compiuto i miei stessi anni.

Lei non c’è, e questo fa male.

Ma l’albero di pesco sta fruttificando, amore e memoria sono ottimi fertilizzanti, insieme all’acqua e alla luce.

 

Disagio della minoranza

Mi accorgo ogni volta con rinnovata delusione che le mie posizioni e scelte politiche confliggono con quelle della maggioranza. C’è chi si compiace di vivere da parte minoritaria, quasi fosse il segno di una superiorità morale e intellettuale sulla massa. Io no. Ogni volta mi faccio ingannare dal piccolo mondo nel quale mi rifletto, e da cui ricevo in risposta idee e passioni molto simili a quelle che ancora, nonostante tutto, conservo intatte da decenni. Certo, allora ero sostenuta da un’intransigenza talvolta ottusa, tipica della gioventù. Oggi sono senza dubbio più disincantata, meno incline a tagliare con l’accetta il pensiero e le parole che lo esprimono. Ma quel piccolo mondo con cui  interagisco, che osservo, da cui mi lascio osservare, è completamente diverso dal mondo grande che alla fine sostiene e nutre, pur nel silenzio o nel rifiuto apparente di ogni scelta, come nelle grida sguaiate e feroci, la vera élite che può permettersi di crogiolarsi nel suo status, perché continua, trasformandosi e adattandosi ai tempi, a detenere il potere.  Un potere esercitato indossando volta per volta una maschera diversa, che illude i più di averlo scelto democraticamente.

Dopo ogni sconfitta, non so come, trovo una ragione in più per non dargliela vinta.

Il tempo non perduto

 

Sono giorni di lutto, di dolore, accompagnati da una stanchezza rassegnata che non è da me.

La roccia si sgretola, mille ripensamenti sul senso di tante parole spese per infondere fiducia, per incoraggiare, per tentare ancora una volta di cambiare il corso del male che dilaga.

Ho aperto questo blog e interrotto Il mio karma perché non volevo più raccontare il cancro. Ma il cancro continua a sconvolgere le vite, a portar via persone care, a lasciarmi sgomenta, senza più parole adeguate a definire il vuoto e a rappresentare la rabbia.

E allora mi consolo ripercorrendo il tempo trascorso insieme. Quel tempo non è invecchiato, non è perduto. Quel tempo non viene sgretolato dalle troppe lacrime.

Il dibattito su maternità, paternità, gestazione per altri

Sono madre, diciotto anni fa ho partorito mia figlia dopo nove mesi di una gravidanza non cercata ma inconsciamente voluta, conseguenza di un rapporto sessuale avuto con il mio attuale marito, che allora non era affatto convinto di voler diventare padre, e nemmeno di volersi sposare (questo infatti è avvenuto molti anni dopo la nascita di nostra figlia).

La gravidanza è stata meravigliosa, il parto per fortuna veloce, ma dolorosissimo, il post-partum funestato da una brutta depressione.

Detto questo, se poi non fossi inciampata in un cancro al seno che lasciò qualche cellula dormiente per sei anni, fino a produrre un paio di metastasi al fegato, avrei tanto voluto avere un altro figlio. Un’altra gravidanza, un altro parto, però aiutata da una potente anestesia epidurale, senza rinunciare, come avevo fatto incautamente, allo strumento contro natura che permette di scampare alla maledizione biblica “partorirai con dolore”.

L’oncologo mi parlò della possibilità di congelare gli ovuli prima di essere sottoposta alla chemio, per poter eventualmente farmeli impiantare in futuro. Ma avevo già una figlia di due anni, ero ancora giovane, quindi mi consigliò di soprassedere, almeno per il momento.

Infatti volevo guarire, smettere le terapie ormonali anticancro, aspettare il tempo necessario e provare a restare incinta come la prima volta, facendo sesso con il mio futuro marito, ma con intenzione e piena consapevolezza.

Poi le cose andarono come andarono, e quando arrivò il momento che credevo giusto, scoprii di dover dire addio al desiderio di avere un altro figlio. Le priorità erano altre: guarire e sopravvivere. Per me, per mia figlia, per suo padre, che era appena diventato mio marito.

Racconto questo perché si sta scrivendo e discutendo molto di maternità e di paternità, di figli partoriti, adottati, di gestazione per altri (espressione che preferisco a utero in affitto o maternità surrogata), di desideri capricciosi, di egoismo e di generosità, di natura, contronatura, etica e cultura, di bambine e bambini che, in qualunque modo venuti al mondo, certamente non l’hanno chiesto loro, ma hanno diritto di vivere con chi li ama e li ha voluti far nascere, con chi li ama e desidera crescerli.

L’argomento è delicatissimo, ma fa parte del dibattito pubblico e politico, per questo ho deciso di affrontarlo, sebbene da un punto di vista assolutamente personale e relativo, come dovrebbe essere qualunque punto di vista sulla questione.

Conosco persone che hanno compiuto scelte difficili e controverse inseguendo il proprio desiderio di maternità: una donna, single, ha avuto una gravidanza e partorito una figlia avuta grazie alla fecondazione eterologa e ora ha un compagno che ha scelto di essere padre della bambina; un’altra, impossibilitata a portare avanti una gravidanza per problemi di salute, insieme al marito è ricorsa alla gestazione per altri per poter avere le sue due figlie.

Mi sono spesso interrogata se io avrei mai potuto compiere quel tipo di scelte. E mi sono risposta che no, io non lo avrei fatto, non lo farei. Ma è la mia risposta, assolutamente personale e dettata dalla mia storia, dal mio vissuto, da ciò che sono, insomma.

Sono felice che quelle persone invece abbiano potuto realizzare il loro desiderio e che ora siano madri, padri. Certo, sono dovute andare in Paesi dove è consentito per una persona single ricorrere alla fecondazione eterologa, e dove una donna può generare per altri. Qui vicino però, non dall’altra parte del mondo. Per l’Italia queste tre bambine non esisterebbero.

Non credo che mettere al mondo figli sia un diritto, preferisco considerarla una scelta che può diventare un bisogno potente, vitale, che ognuno declina a suo modo. E che sarebbe bello e giusto non ostacolare, se questo non danneggia o fa del male ad altre persone.

Penso, ovviamente, soprattutto alle donne che partoriscono per altri, a donne che saranno gestanti, partorienti, madri per un tempo limitato. Con molti dubbi e pochissime certezze, dati non solo dalla mia esperienza di maternità, ma da una visione laica della vita e aperta ai cambiamenti etico sociali. Perché se queste donne sono libere, non costrette, non sfruttate, pienamente consapevoli di tutto ciò che comporta, nel bene e nel male, quella scelta, credo sia opportuno tutelarle, e quindi regolamentare questa pratica, non proibirla.

Tutto ciò che viene proibito di norma provoca più danni di ciò che viene permesso. Soprattutto se l’oggetto della proibizione riguarda la sfera degli affetti, del corpo, dei diritti sulla propria vita e sulla propria morte.

Ora però la questione su cui si discute in modo purtroppo sempre troppo violento e fondamentalista riguarda soprattutto le coppie omosessuali.

Il putiferio è nato per questo, la stepchild adoption è stata stralciata dal disegno di legge appena approvato al Senato, confermando quindi una discriminazione delle coppie omosessuali e dei loro figli, perché c’è chi vuole negare proprio la possibilità per gay e lesbiche di essere genitori.

Perché la natura non lo permette. La stessa natura che a me avrebbe fatto morire di cancro. La stessa natura che fa partorire con dolore, talvolta uccidendo la madre.

Come se la nostra fosse una vita integralmente naturale, come se la natura fosse sempre e solo buona, e non ci fossero la cultura, la scienza, la medicina, il diritto, a elaborare strumenti  che consentono di concepire e realizzare modi diversi di realizzare il nostro essere nel mondo, e il nostro andarcene da esso.

Perché i bambini hanno bisogno di un padre e di una madre, si dice.

Credo invece che, come tra gli eterossessuali, anche tra gay e lesbiche ci sia chi i figli li desidera ed è in grado di occuparsene e chi no.

Per lo stesso motivo è giusto riformare la legge sull’adozione per semplificarla e estenderla anche a single e alle coppie omosessuali.

Perché negare di essere genitori a chi vuole esserlo, con amore e responsabilità?

 

 

 

 

 

Unioni senza arcobaleno

Ieri si è concluso in modo decisamente infelice il percorso che avrebbe potuto portare a rendere l’Italia un paese più giusto e rispettoso dei diritti delle persone, adulti e bambini.

E invece no, ancora una volta penosi calcoli elettorali, voltafaccia eterodiretti fondati su questioni procedurali, mediazioni al ribasso, accordi con chi considera contro natura le famiglie omosessuali, hanno portato all’approvazione della legge sulle unioni civili con un doloroso stralcio che ne rappresentava il cuore: l’adozione del figlio del partner, con tutto ciò che ne consegue in termini di riconoscimento del diritto di essere famiglia per persone dello stesso sesso. Si può essere coppia, ma non famiglia. I bambini che già esistono, che già sono cresciuti da due mamme o due papà, sono stralciati, messi da parte in attesa di tempi migliori. Nel frattempo continuino ad occuparsene i giudici, applicando, correttamente, l’articolo della legge sulle adozioni che riguarda quelle “speciali”.

Certo, dicono in molti, meglio di niente, è un primo passo, finalmente i legami affettivi tra persone dello stesso sesso sono riconosciuti e tutelati davanti alla legge, e il tentativo della parte oscurantista di eliminare dalla legge qualunque somiglianza con il matrimonio è stato respinto.

Però, senza essere toccata direttamente dalla questione, visto che sono sposata, eterosessuale e madre di una figlia (nata però prima del matrimonio), considero grave che il governo non abbia avuto il coraggio di rifiutare il compromesso con chi ha sempre osteggiato una legge sui diritti delle coppie omosessuali e che si è affrettato a dichiarare che l’adozione dei figli del partner sarebbe stata una rivoluzione “contro natura”.

Si doveva andare fino in fondo con chi aveva sempre dichiarato di sostenere quella legge, anche senza ricorrere a maxi emendamenti e a voti di fiducia.

Il peggio che poteva accadere è che non fosse approvato l’articolo che alla fine è stato stralciato, insieme alle aspettative di tante mamme, papà, figlie e figli. Ma almeno ci si doveva provare, perché questa legge, pur riconoscendo i diritti alle coppie, continua a discriminare bambini e famiglie, famiglie diverse, come quelle arcobaleno, che esistono, ma si vogliono negare.

 

 

 

Gattità

pippi14Oggi è il compleanno della mia gatta, Pippi, tre colori, pelo lungo, quattordici anni.

Si sa, noi amanti folli dei felini domestici li consideriamo creature speciali, messaggere di altri mondi e custodi dei nostri segreti. Ci lasciamo ipnotizzare dai loro sguardi, e “impastare” mentre si abbandonano alle fusa, li osserviamo quando si lavano per tre volte con la zampa dietro l’orecchio, e aspettiamo l’immancabile, annunciata, pioggia.

Noi sappiamo che nessuna prelibatezza che verrà loro offerta potrà impedire che l’istinto predatore si abbatta su lucertole, gechi, volatili di ogni genere e dimensione, topi, veri o finti. E non dovremmo rimproverarli (io però non ci riesco) se ci offrono la preda agonizzante sul tappeto del salotto, perché è un regalo, un segno tangibile del loro amore.

Di giorno dormono tanto, la sera vorrebbero scatenarsi, ma se gli è impedito accettano di buon grado di ronfarvi addosso, sulla pancia, possibilmente, o sulle gambe.

A Pippi piace molto anche accomodarsi sul mio sedere, quando mi sorprende prona sul letto, o sdraiata a terra alla fine dei cinque riti tibetani mattutini.

Sì, lei oggi si merita tutta la mia attenzione e gratitudine, anche se ne è perfettamente inconsapevole. Io invece lo so quanto la sua presenza faccia bene alla mia anima.